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O.N.C è un progetto che indaga lo stato attuale delle case coloniche, ovvero quelle case che furono distribuite ai reduci dopo la fine della Grande guerra.
Oggi molte di queste case hanno subito un cambiamento che le ha trasformate radicalmente e senza alcun tipo di logica che tenga conto della Memoria che le caratterizza. Michele Miele, fotografo foggiano, di base a Milano ha voluto proprio concentrarsi su quelle case rimaste nei dintorni della sua città di origine. Il progetto evidenzia tre tipi di funzionalità differenti: quella dell’abbandono, quella lavorativa e quella di residenza. Abbiamo fatto qualche domanda in più a Michele sul suo progetto e sul suo percorso di fotografo.

Ciao Michele, potresti raccontarci qualcosa di te?

Ciao Barbara. Sono nato a Foggia nel 1981 ma i primi anni della mia vita li ho vissuti nella bellissima Trani a cui sono molto legato da sempre. All’età di 8 anni ci siamo trasferiti ad Orta Nova, un paese in provincia di Foggia, in cui sono cresciuto. Finite le scuole ho deciso di spostarmi a Bologna per studiare Cinema e da qui l’interesse per la fotografia. Dopo diverse esperienze lavorative in altri settori, e un anno come operaio in catena di montaggio alla Ducati di Borgo Panigale, nel 2008 ho deciso di trasferirmi a Milano per frequentare il Master in Photography and Visual Design di Forma/NABA e qui continuo la mia vita

In che modo la tua formazione ha cambiato il tuo modo di fotografare? Ad esempio il tuo aver studiato cinema.

All’inizio il mio approccio alla rappresentazione attraverso l’immagine ed i suoi media era istintivo, ma ingenuo. Il primo grado di consapevolezza l’ho raggiunto durante le lezioni universitarie, studiando e riflettendo sul senso della comunicazione, dell’estetica e del linguaggio dei media. Il discorso è stato poi sempre più applicato alla fotografia come forma di linguaggio specifico. Le competenze degli storici della fotografia, dei photo editor e dei fotografi con cui mi sono relazionato e le mie ricerche personali mi hanno indirizzato verso un modo di intendere la fotografia molto preciso. Questo tipo di studio continuo mi permette di rielaborare dei concetti fondamentali per riuscire a raccontare le cose attraverso un intuito ed una sensibilità molto più maturi.

C’è qualche maestro del cinema che ha particolarmente influenzato il tuo modo di fotografare?

Il cinema in generale mi insegna molto, più che il riferimento ad un maestro in particolare, sono più attento a come un racconto si applica a dei generi precisi. Sono le atmosfere che mi colpiscono più di ogni cosa, adoro contestualizzare e capire il significato più appropriato delle cose per ottenere la miglior sintonia e captare il massimo delle sensazioni e delle informazioni. Ogni genere racconta in modo diverso e si focalizza su cose altrettanto diverse pur avendo di base lo stesso racconto, lo stesso aneddoto.

Spesso accade che studiando fotografia ci si imbatta in grandi maestri che ti stravolgono, mi è capitato anni fa quando, in un piccolo workshop tenuto da Francesco Jodice al Cfp Bauer, Francesco ci presentò il lavoro di Joel Sternfeld. Un’immagine in particolare cambiò la mia visione della fotografia, quella del McLean Farm Market dove un pompiere è intento ad acquistare delle zucche mentre dietro di lui i suoi colleghi cercano di spegnere un incendio. C’è anche per te un fotografo e un’immagine simbolo del tuo percorso? Se sì puoi spiegarci perché?

Conosco perfettamente quell’immagine e mi piace moltissimo. Sono molto legato alla fotografia di paesaggio, contemplo i lavori di tantissimi autori ma di base sono legato ai fotografi che hanno preso parte alla New Topographics, alla Scuola di Paesaggio Italiana e all’Archivio dello Spazio.
Ma è stato lavorando con Massimo Siragusa che ho imparato ad avere ulteriormente cura del mio lavoro. Ho imparato a comunicare in modo più preciso ed appropriato attraverso le mie immagini e ad avere cura dei dettagli, anche delle apparenti imperfezioni. Il percorso è sempre in continua evoluzione.

Quando ti ho chiesto quali dei tuoi lavori ti stavano più a cuore tu mi hai indicato subito O.N.C., Opera Nazionale per i Combattenti. Le case coloniche. L’ONC, era un’associazione ritenuta contigua al fascismo e assegnava poderi ai reduci della Grande guerra. Com’è nato il tuo interesse per le case coloniche?

Un mio desiderio, e per quanto mi riguarda anche responsabilità, è sempre stato quello di raccontare qualcosa che riguardasse la mia terra, riuscire in qualche modo a restituirle un’identità storica ed una dignità culturale al di fuori del contesto locale. Ciò che storicamente si tramanda sulla nascita dell’Ente, e le sue motivazioni, sono ufficiali/propagandistiche ma moltissime anche ufficiose.

Come hai effettuato la ricerca delle case coloniche rimaste e dove sono state scattate la maggior parte delle fotografie del progetto?

La zona in cui sono cresciuto è piena di queste case, va da sé che è davvero molto facile trovarle. Avrei voluto georeferenziarle, ma mi sembrava un po’ didascalico e un po’ freddo come approccio. Preferendo un tipo di racconto più emotivo ho scelto l’interazione fisica e spontanea sia con il paesaggio che con le persone, godendomi la zona e lasciandomi guidare dal paesaggio stesso, dalle intenzioni della gente del posto. Ad ogni modo, a conferma del fatto che il lavoro è di tipo “umorale” ho cercato di soffermarmi il più possibile nel foggiano. Il punto non è mai stato, e non so se lo sarà mai, una catalogazione per un archivio.

Il tuo progetto è un report attuale di come le case coloniche oggi siano cambiate non solo esteticamente, alcune sono addirittura distrutte e dimenticate, ma anche di come la loro funzione sia stata stravolta nel tempo. Che cosa hai notato durante la realizzazione del progetto e che elementi hai voluto maggiormente far emergere?

Ho scelto di soffermarmi sulla trasformazione della struttura fisica delle case, concentrandomi sull’assenza di Memoria che le caratterizza. Per noi della zona sono contesti rurali abituali, non ci si fa più caso. Attraverso il tipo di evoluzione che subiscono le case (per esempio interventi incoerenti e non progetti di restauro o ampliamenti abusivi con finiture dalle tinte improvvisate) si capisce in che modo la proprietà privata viene intesa esclusivamente in quanto tale, e siccome situata in campagna, priva di ogni sorta di regola e vincolo paesaggistico. Il lavoro è suddiviso in 3 fasi, quella della dimenticanza e dell’abbandono, quella mera funzionalità lavorativa e la terza fase in cui compare il concetto di residenza.
Nella quasi totalità delle situazioni disinformazione, scetticismo e negligenza regnano sovrane. Non emerge il senso del patrimonio paesaggistico come Bene Comune. Manca la responsabilità che dovrebbe assumersi ogni singolo individuo nei confronti dell’ambiente.

A cosa stai lavorando in questo momento? C’è qualche mostra in programma?

Mi viene un po’ difficile esprimermi sulle realizzazioni in corso. Sarei impreciso e potrei improvvisamente cambiare idea su un sacco di cose. Di solito quello che faccio si trasforma in corso d’opera. Sono comunque molto concentrato sul significato di percezione, trasformazione e armonia. Intanto ho concluso da poco un progetto di ricerca intitolato Passaggio a nord ovest per il gruppo di ricerca Exposed Project, incentrato sulla Via d’Acqua come opera Expo 2015.
Il progetto O.N.C. di cui ti ho parlato è stato selezionato per un festival di arte contemporanea nelle Marche e resterà in mostra fino al 30 giugno.

Un sogno nel cassetto.

Ne esprimo 2, ognuno nel suo cassetto. Il primo di questi è aperto. Vivere esclusivamente del mio lavoro e diventare papà.

Potete seguire il lavoro di Michele Miele sul suo sito.

Pubblicato il: 16 giugno 2014
Tag: Exposed ProjectLe foto di BarbaraMichele MieleO.N.C.

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