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Le dinamiche di comunicazione della moda sono state le stesse per più di cento anni: sfilate strettamente riservate agli addetti ai lavori, boutique impenetrabili in cui anche il più piccolo oggetto è economicamente inavvicinabile per quasi chiunque, magazine che un essere umano razionale giudicherebbe solo rappresentazioni di clownerie e ovviamente personaggi strambi con comportamenti strambi, vestiti o no Prada. Un piccolo mondo antico pieno di contraddizioni ma che ha prodotto soldi per molto tempo senza porsi il problema che forse le cose stessero cambiando. In successive ondate il sistema ha dovuto affrontare pericoli inimmaginabili sotto forma di ecommerce, blogger, streetwear, Zara e H&M.

Le fondamenta del grande palazzo di cristallo hanno scricchiolato a lungo e ora che sembra proprio che tutto stia per collassare o quantomeno stia per assumere una forma molto diversa, c’è ancora chi si ostina a rifiutare il passare del tempo.

Uno dei segni più forti di questo cambiamento in atto ma anche il meno raccontato è che la stampa di moda, quella che scrive le recensioni delle sfilate, una volta temutissima ora non ha più nessuna importanza. Non esistendo nessuna relazione tra ciò che scrive Tim Blanks su Business of Fashion e ciò che una collezione vende, il ruolo della critica giornalistica è diventato fortemente tautologico e autoriferito e rende evidente un’involuzione (o un’evoluzione) che è difficile ammettere. Avere un apparata critico che riflette razionalmente e oggettivamente sul lavoro dei designer è necessario ma non ha nessuna effettività sul loro successo commerciale.

Giusto oggi Stefano Gabbana, che ultimamente ha deciso di rompere gli argini del silenzio stampa usando il suo Instagram come un megafono del disagio che sta attorno a questo argomento, ha comunicato al mondo candidamente che il solito Tim Blanks non aveva capito niente della loro collezione e che probabilmente in futuro non sarebbe più stato invitato alle loro sfilate. Per quanto in molti continuino a bollare le uscite di Stefano Gabbana come esagerate (a volte probabilmente lo sono) in realtà la sensazione che si ha è di sentire risuonare una voce che urla nel silenzio e che dice finalmente che il re è nudo, che il sipario è stato strappato rivelando l’inconsistenza di certi codici.

Sia detto chiaramente: qui nessuno ha niente da dire contro la professionalità di Tim Blanks. In questo tentativo di dipingere la contemporaneità è solo un esempio.

Quello che ci interessa invece è realizzare che debba essere molto difficile per molti 50/60enni cresciuti nella cultura del pensiero unico e monodirezionale e che credono ancora di avere in mano le redini aziendali, dover ammettere che il panorama è talmente frantumato e complesso che sono incapaci di capirlo, per non dire di ammettere la loro definitiva sconfitta. È molto più semplice pensare che Stefano Gabbana sia pazzo e che le influencer siano un fenomeno passeggero o che era meglio quando si stava meglio invece di abbassare la testa di fronte al presente. Non al futuro, al presente.

Come in ogni cambiamento epocale che si rispetti vincerà chi ne capirà il significato e, nel caso della stampa di moda, chi imparerà a leggere le critiche con un mezzo sorriso di soddisfazione, rivolgendo poi lo sguardo alla tabella excel con i report dei venduti.

 

Pubblicato il: 20 giugno 2017
Tag: business of fashiontim blanks

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  • autore

    Andrea Batilla

    Andrea Batilla è creatore e direttore di VIX e CEO di Italiana Marchi, agenzia di comunicazione e brand storytelling.

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