• Facebook
  • Twitter
  • Pinterest
  • Comments

A Milano non ci sono bar o ristoranti dove quelli della moda (alta, bassa o media) si ritrovano. A volte capita di scoprire che stilisti molto famosi che sfilano nello stesso calendario da anni non si sono mai conosciuti ma hanno un’opinione molto precisa gli uni degli altri. E di solito non è tenera. In realtà designer, stampa, produttori e distributori italiani hanno tutti lo stesso tipo di problemi ma fabbricare una sana rivalità o invidia basata sul niente a volte è più facile che sedersi intorno a un tavolo e parlarne. A farli sedere quasi tutti intorno a un tavolo c’è riuscito per la prima volta nella storia Matteo Renzi che è uno che quando dice una cosa la fa: in occasione dell’apertura delle ultime due tornate di sfilate donna ha invitato tutti a un simpatico pranzo inaugurale.

Stranamente quello è l’unico momento in cui molti personaggi della moda si incontrano perché nessuno ha mai pensato di convocare gli Stati Generali della Moda Italiana per tentare di capire se campanilismo e invidia sono tratti geneticamente non removibili o se semplicemente non sono mai state fabbricate occasioni di confronto.

Conosciamo tutti molto bene le motivazioni dei continui lamenti che salgono dal basso fino a invadere i più intellettuali dei salotti: il calendario delle sfilate è troppo corto e compresso tra Londra e Parigi, è difficilissimo trovare location per sfilate o presentazioni che non siano già state usate centinaia di volte da chiunque (anche se Milano ne è piena), la stampa internazionale è generalmente annoiata dal basso tasso di innovazione della moda italiana e dal basso tasso di glamour di Milano, nessuno aiuta i giovani brand, le istituzioni non ci sono o se ci sono dormono, le scuole di moda italiane producono talenti di serie B, i giornali di moda italiani non contano niente perché sono troppo commerciali e ovviamente si finisce sempre con un classicissimo e nostalgico ricordo di come era Milano negli anni Ottanta e Novanta.

Posto che tutti concordiamo sul fatto che ci sia una parte di verità in tutte queste affermazioni, è anche vero che si fa fatica a ricordare un singolo atto o un’azione di gruppo che sia andata nella direzione del dialogo per trovare una soluzione a tutti questi problemi. In molti dicevano che mancassero gli interlocutori e in effetti era vero.

Ma adesso c’è improvvisamente una pletora di interlocutori a partire da Matteo Renzi stesso, passando per il Ministro dello Sviluppo Economico Carlo Calenda, fino ad arrivare a Ivan Scalfarotto, Sottosegretario allo Sviluppo Economico con una delega sulla moda e a Marco Nardella-Romagnoli suo advisor. E non dimentichiamoci del quasi nuovo Presidente della Camera Nazionale della Moda Italiana Carlo Capasa che sta dimostrando una capacità di ascolto e di intelligente reazione agli stimoli che non si vedeva da anni. Forse da decenni.

Negli ultimi anni è anche successa un’altra cosa: Milano, effetto Expo o no, è rinata. Si è ricominciato a costruire, ad aprire locali, a creare spazi e momenti di aggregazione e di cultura. Si è ricominciato a sviluppare pensiero. Insieme a questo, nonostante in molti continuino a piangere miseria, secondo uno studio della CGIA di Mestre il 2015 è stato un anno estremamente positivo per il Made In Italy che nel suo complesso ha avuto un saldo commerciale di 122,4 miliardi di Euro, un record assoluto.

Ci sarebbero quindi i presupposti per fare un’azione di comune civiltà investendo energie nel costruire una piattaforma comune di confronto che al momento, per la moda, non esiste. Nessuno dice che sia facile ma i 63 miliardi di Euro che l’indotto moda regala agli italiani ogni anno sono un ottimo motivo per essere ascoltati.

Come in tutte le rivoluzioni che si rispettino, anche in questo caso si potrebbe cominciare vedendosi più spesso a bere qualcosa in un bar, trasformando il solito atteggiamento pessimista e rinunciatario in una visione propositiva e costruttiva. Uno sforzo immenso per chi è nato nel paese dei mille comuni sempre in lotta tra loro ma uno sforzo necessario se non vogliamo più sentirci provinciali, periferici, inadeguati. Siamo storicamente e culturalmente il popolo più creativo del mondo. Forse è l’ora di ricordarlo, insieme, a tutto il resto del pianeta.

Pubblicato il: 25 ottobre 2016
Tag:

  • Facebook
  • Twitter
  • Pinterest
  • Comments
  • autore

    Andrea Batilla

    Andrea Batilla è creatore e direttore di VIX e CEO di Italiana Marchi, agenzia di comunicazione e brand storytelling.

  • Seguici, iscriviti alla newsletter