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Anche Consuelo Castiglioni se n’è andata. Non nel senso che è morta, per fortuna, ma nel senso che ha lasciato la guida creativa di Marni, marchio uber cool da lei fondato e che è diventato un caso senza aver mai fatto una pagina di pubblicità fino a tempi recentissimi. Più di Raf Simons, più di Hedi Slimane, più di Alber Elbaz, Consuelo Castiglioni ha lasciato un buco nel cuore di migliaia di donne che avevano trovato nei suoi abiti l’esatta espressione di un femminile sussurrato e intellettuale, ha lasciato un gusto di amaro in bocca a chi la copiava a piene mani e ha soprattutto lasciato un sottile senso di dolore negli addetti al settore che hanno visto finire l’ennesima favola bella che ieri li illuse, che oggi li illude. Consuelo Castiglioni è stata smisuratamente amata anche perché, come Miuccia Prada, è sempre stata poco incline alla mondanità, alla ribalta, ai fotografi. Ha costruito un impero partendo dal prodotto e mettendoci dentro una narrazione profonda, spessa, sempre integra, a volte radicale.

E quindi perché, ci si chiede, ha deciso di andarsene?

Nei giorni successivi all’annuncio da più parti sono venute rassicurazioni che l’addio non ci fosse stato a seguito di una strappo con la nuova proprietà (Renzo Rosso) e addirittura la sua storica collaboratrice Lucinda Chambers, fashion director di British Vogue, ha scritto una lettera aperta in cui dice che la decisione di lasciare è nata anni fa, che avere una nuova faccia a bordo (Francesco Risso) sarà eccitante, che lo spirito dell’azienda è sempre stato inclusivo e che niente è cambiato dall’arrivo della nuova proprietà. La lettera finisce però con una frase lievemente inquietante: “Il cambiamento è sempre interessante, sia che sia in meglio che in peggio. In qualche modo, bisogna sempre essere aperti al cambiamento, altrimenti le cose appassiscono e muoiono”.

Nessuno vuole trovare del marcio in Danimarca e personalmente ritengo che non sia il caso di rattristarsi o arrabbiarsi per notizie del genere. I bambini usati come scudi umani ad Aleppo mi sembrano un motivo di tristezza molto più reale. Quello che ci interessa, come sempre, è capire come mai accadono certe cose. Nello specifico per quale motivo Consuelo Castiglioni non ha potuto continuare almeno ad avere una supervisione artistica del marchio, tenendosi tutto il tempo che voleva per occuparsi dei nipoti? Perché esiste sempre una linea di pensiero che immagina un insanabile conflitto tra l’anima creativa di un marchio e la proprietà? Perché ogni crisi, ammesso che ci sia, viene risolta sostituendo il direttore creativo? Perchè i grandi gruppi italiani come OTB o Della Valle stanno dimostrando così grandi difficoltà nel gestire la parte creativa dei brand del lusso?

Strano a dirsi ma noi italiani non solo non abbiamo un polo del lusso neanche lontanamente vicino a quelli francesi (OTB ha fatturato 1,59 miliardi di Euro nel 2015, LVMH ha chiuso il 2015 con ricavi per 35,67 miliardi) ma nel tempo abbiamo prodotto una serie di insuccessi nati da un malfunzionamento del rapporto col designer che all’estero sono difficili da incontrare: Della Valle/Zanini, Bertelli/Jil Sander, Rosso/Margiela, per citarne alcuni. Tutto questo porta a pensare che da queste parti ci sia un serio problema di gestione della creatività e che il vecchio modello dell’azienda padronale faccia fatica ad essere superato. Mentre nei progetti internazionali di successo il direttore creativo non è un di cui ma il motore pulsante che genera la visione che tutta l’azienda segue, in Italia lo stilista cammina costantemente rasente ai muri per paura che qualcuno lo pugnali alle spalle. Certo, anche oltralpe i direttori creativi vengono fatti fuori come le cimici davanti ad una spruzzata di azoto liquido, ma la ragione è proprio perchè la componente creativa è ritenuta la più importante all’interno di un progetto. Non il contrario.

Il Made in Italy è nato da un incontro/scontro tra parte creativa e parte industriale che, nella narrazione romantica che ne abbiamo fatto, ha creato un sacco di progetti di successo e che nei libri di storia della moda è descritto come un modello vincente (leggi Armani, Versace, Ferrè, Krizia). Di fatto però la storia del Made in Italy è disseminata di cadaveri di designer schiacciati da aziende familisticamente rigide e di industrie mandate al fallimento da stilisti non esattamente agganciati al reale. Storie di legami familiari più che professionali. Citiamo solo Il caso di Walter Albini, giusto per fare un esempio.

Senza arrivare a dire che Consuelo Castiglioni è una vittima di questo sistema (cosa che non sappiamo e probabilmente non sapremo mai), quello che di certo possiamo constatare è che la vicenda di Marni accade in un contesto di relazioni tra creatività e industria ancora totalmente irrisolto, all’interno di un modello produttivo vecchio di quasi un secolo che tenta di emulare quello francese che, per precisi motivi storici, non riuscirà mai ad eguagliare.

Non possiamo pensare di passare da un sistema familiare a uno manageriale perché semplicemente non ce la faremo mai. Possiamo pensare di trovare una terza via, una in cui i rapporti umani siano alla base delle relazioni professionali ma in cui si riesca a gestirli senza spargimenti di sangue, senza fughe o abbandoni. Un sistema in cui i figli diventino amministratori delegati perché se lo meritano ma in cui poi, giustamente, vengano protetti e favoriti anche perché sono figli. Un sistema che, in sostanza, riesca a fare le riunioni di approvazione del bilancio con i nipoti che giocano sotto il tavolo.

Pubblicato il: 24 ottobre 2016
Tag: Consuelo CastiglioniMarni

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  • autore

    Andrea Batilla

    Andrea Batilla è creatore e direttore di VIX e CEO di Italiana Marchi, agenzia di comunicazione e brand storytelling.

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