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In queste fosche giornate di Ottobre in cui le menti di chi segue la moda sono ancora intossicate dalla miriade di sfilate e presentazioni (solo su Vogue Runway ce ne sono 416) pochi sembrano i punti fermi da cui partire per fare delle riflessioni.

La prima notizia è che esiste finalmente un sito che si chiama Tagwalk che permette di estrapolare dalla massa informe di sfilate i trend divisi per tag, cioè per argomenti. Questo tool che molti aspettavano da tempo permetterà un’ulteriore popolarizzazione (o liquefazione) dei contenuti che emergono dalle sfilate mettendo sullo stesso piano una volta per tutte Michael Kors e Unrealage. Non sarà più necessario sforzarsi di ricordare chi ha fatto cosa ma basterà digitare il tema su cui si sta lavorando per vedersi apparire tutte le uscite riferibili a quell’argomento. In molti saranno sollevati, in molti penseranno che questo è il segno finale per l’Armageddon della moda d’autore.

Le sfilate sono diventate una lunghissima lagna in cui cose interessanti si mescolano a cose inutili.

La seconda è una non notizia. Dagli anni Novanta il metodo di presentazione di praticamente tutte le collezioni di moda è una sfilata in cui le modelle si seguono in fila indiana fotografate da una massa di fotografi e osservate da una massa di persone sedute. Niente passerelle, niente azioni sceniche, niente scenografie. Niente di niente. Questa forma di espressione, inventata negli anni Novanta in contrapposizione alle bande di supermodel che sfilavano abbracciate sollevate un metro da terra e che stavano diventando caricaturali è uguale da 30 anni e non accenna a cambiare. Nel percepito della stampa chi fa una presentazione è uno sfigato e ogni cambiamento anche millimetrico a questo inossidabile paradigma richiede uno sforzo di comprensione che nessuno vuole fare. In questo modo le sfilate sono diventate una lunghissima lagna in cui cose interessanti si mescolano a cose inutili e l’idea di narrazione rimane solo nei vestiti con il rischio di essere fraintesa o semplicemente di annoiare.

La terza considerazione, che deriva direttamente dalle due precedenti, è che siamo stati invasi da tonnellate di niente che stanno diventando sempre più indistinguibile dalle piccole quantità di cose rilevanti, sopraffatti da valanghe di segni discordanti spesso affastellati dentro lo stesso outfit ed esplosi in centinaia di ripetizioni. La nostra sete visiva che è ormai arrivata ad un grado di tossicodipendenza altissimo pretende ogni volta un grado maggiore di caos e scarta come inutili le collezioni di chi lavora sulla semplicità. Un esempio luminoso è la bellissima sfilata di Rochas disegnata dal mago Alessandro dell’Acqua che ha inaspettatamente lavorato sul monotema dell’abito, ripulendo styling e decorazione al massimo. In questa direzione è andato anche Riccardo Tisci con Givenchy che insieme a quella vecchia volpe di Katie England hanno deciso di tirare il freno e di tornare a semplificare. Ma il maestro di tutte le semplificazioni che ha fatto esplodere, suo malgrado, una bomba ai neutroni è stato Rodolfo Paglialunga con Jil Sander le cui feroci accuse di plagio nei confronti di Vetements nascondevano solo un odio non represso verso uno degli statement più forti di questa stagione: togliere tutto.

Il vero leitmotif della stagione sono stati i fallimenti o quantomeno le speranze disattese.

Infine, duro a dirsi, il vero leitmotif della stagione sono stati i fallimenti o quantomeno le speranze disattese.

Bouchra Jarrar da Lanvin non ha fatto rimpiangere Alber Elbaz perché nessuno ha neanche provato a fare paragoni. La sua interminabile sfilata di pigiami, vestaglie e camicie da notte bianchi, neri e blu ha semplicemente provocati molti sbadigli e nessuno continua veramente a capire perché sia stata scelta per quel ruolo.

Anthony Vaccarello da Saint Laurent (o Yves Saint Laurent?) ha dimostrato che fare quello che faceva Hedi Slimane sembrava facile ma era difficilissimo. Fare vestiti normali evitando il rischio noia ma anzi producendo coolness richiede un tocco di Mida che ha solo lui. Un concetto che probabilmente non è semplicissimo da capire per Kering ma è la verità.

Maria Grazia Chiuri da Dior sostiene che dovremmo tutti essere femministi ma a chi non interessa niente degli statement politici nel contesto di un brand che di politico non ha niente la sua collezione non è piaciuta. Sostenuta da un concept molto forte che parlava della rielaborazione del lavoro di tutti i designer che sono passati per Dior in realtà la sfilata aveva semplicemente poco senso. Né bella, né brutta direbbe qualcuno.

A lato di tutto questo ci sono anche la fuoriuscita di Peter Dundas da Cavalli e di Justin O’Shea da Brioni.

Tutti questi fatti, di cui si parla sempre troppo poco, descrivono un mondo della moda in stato confusionale che fa molta fatica a tracciare strategie giuste per marchi che valgono tantissimi soldi e che probabilmente avrebbero bisogno di riflessioni più lunghe e di analisi più approfondite.

La sensazione è che di fronte ad un cambiamento veloce e radicale dei mercati la risposta del management dei grandi gruppi o dei fondi di investimento sia ancora istintiva o nella migliore delle ipotesi timida. Si sente la necessità di un cambio di prospettiva, di una rivoluzione nell’approccio al brand management che non sembra ancora venire da nessuna parte mentre i vecchi modelli di gestione continuano ad essere usati come se il tempo non passasse.

Chissà cosa sarebbe successo, per esempio, se il nome del nuovo direttore creativo di Dior fosse stato scelto dalla rete, se si fosse ascoltato quello che la gente pensa del brand, sovvertendo completamente le categorie decisionali e facendo un passo, forse estremo ma sicuramente illuminante, verso un’ulteriore democratizzazione della moda. E cosa succederebbe se tutte le sfilate fossero finalmente aperte al pubblico o al contrario ne fosse impedito l’accesso ai fotografi (l’ha fatto The Row)? E quanto sarebbe sconvolgente se vicino alla classifica dei BOF 500 qualcuno facesse una documentata classifica di chi vende più vestiti?

Pubblicato il: 18 ottobre 2016
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    Andrea Batilla

    Andrea Batilla è creatore e direttore di VIX e CEO di Italiana Marchi, agenzia di comunicazione e brand storytelling.

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