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Mercoledì scorso il mondo si è svegliato sapendo di dover affrontare una tremenda verità: il tentativo di rendere il pianeta un unico grande market place è definitivamente fallito. Le mega multi nazionali/corporation/banche/fondi di investimento si sono miseramente trovate ad affrontare l’evidenza che esiste un fortissimo movimento popolare di reazione alla globalizzazione, alla delocalizzazione, alla normalizzazione dei consumi. Negli Stati Uniti ha la faccia di Donald Trump che ha vinto la campagna presidenziale con un ritorno al protezionismo e forse all’isolazionismo, in Europa si chiama Brexit o Marie Le Pen o Beppe Grillo o Nigel Farage.

Le democrazie del mondo sono scosse da un sussulto anti establishment che ha l’evidenza della mano insanguinata lasciata sul muro dalla Baronessa di Carini.

Le democrazie del mondo sono scosse da un sussulto anti establishment che ha l’evidenza della mano insanguinata lasciata sul muro dalla Baronessa di Carini e questo dato ormai incontrovertibile influenzerà tutti gli sviluppi presenti e futuri di ogni compartimento produttivo, moda compresa. I gruppi del lusso, che accentrano ogni giorno di più la proprietà di marchi e la conseguente possibilità di dirigere il mercato, si stanno trovando in un momento di grande difficoltà che superficialmente si manifesta con il gioco delle poltrone di stilisti e amministratori delegati che saltano come mine anti uomo al passaggio dei carri armati ma in profondità rivela un vuoto di visione, una serie di tentativi alla cieca di trovare la risposta giusta.

Nel giro di pochissimo tempo hanno perso significato parole come lusso, esclusività, identità di marchio, target o semplicemente strategia di mercato. I punti fermi sui quali siamo stati seduti per almeno 30 anni sono implosi e ci stiamo ritrovando senza un posto dove sederci. Questo sia perché i gusti delle persone cambiano, spinti dalla forza innovativa dei millenials, sia perché è impossibile pensare di poter dirigere i consumi nella stessa direzione per decenni. Esiste un’orda di giovani brand che stanno spaccando la monotona ritmicità estetica e temporale della moda per esempio scegliendo di affidarsi a internet con tempi e modi che non corrispondo più a niente di quello che siamo abituati a vedere e i cui prodotti non rientrano più in nessuna delle categorie che conoscevamo, una volta distinguibili per sesso, età, provenienza geografica, potere d’acquisto. Una ricca transessuale di Portorico si compra tranquillamente una felpa di Supreme mentre un timido ragazzotto siciliano ha il coraggio di andare in giro per Noto con una gonna di Hood by Air.

Una ricca transessuale di Portorico si compra tranquillamente una felpa di Supreme mentre un timido ragazzotto siciliano ha il coraggio di andare in giro per Noto con una gonna di Hood by Air.

L’esempio degli esempi continua ad essere Gucci, unico brand ad avere profondamente interiorizzato queste istanze di cambiamento, che ha appena presentato una trimestrale con una crescita del 17% e il cui amministratore delegato Marco Bizzarri ha allegramente annunciato che vuole sfondare il tetto dei 6 miliardi di Euro di fatturato nei prossimi anni. Anche se i negozi di Gucci gettano ancora lo sconcerto in chi continua a pensare con le vecchie categorie di maschile/femminile/sexy/volgare/giovane/vecchio, sono ad oggi diventati la mecca di una valanga di persone che hanno improvvisamente ritrovato qualcosa che nella moda mancava da anni: la desiderabilità.

Tutti i progetti monodimensionali e insinceri entreranno in crisi, se non l’hanno già fatto (leggi Bottega Veneta, Louis Vuitton, Roberto Cavalli, Brioni, Lanvin e molti altri) e verranno spazzati via da una rivoluzionaria orda di portatori sani di realismo magico, di cui stiamo assistendo solo alla fase iniziale. La differenza tra ciò che è autentico e ciò che è una copia diventerà sempre più forte, la fascia delle collezioni contemporary (che è stata la salvezza dei department store di tutto il mondo) perderà di importanza, i progetti riconoscibili vinceranno e spazzeranno via i loro competitor.

La moda, come il mondo, ha un bisogno disperato di riconnettersi con la sua funzione primaria: essere un racconto insieme personale e collettivo della società che cambia, soffre, gioisce, vive. I Trump e i Grillo sono necessari per riportare le istanze che veramente interessano le persone al centro del dibattito così come nella moda è necessaria la carica disturbante dei Demna Gvasalia o dei J.W.Anderson. Forse la nuova generazione di designer servirà a traghettare anche la moda dalla palude globalizzata e noiosa in cui si trova a una nuova stimolante era di ricostruzione.

Pubblicato il: 16 novembre 2016
Tag: donald trump

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    Andrea Batilla

    Andrea Batilla è creatore e direttore di VIX e CEO di Italiana Marchi, agenzia di comunicazione e brand storytelling.

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