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Maria Vastola è nata nel 1984. Dopo una laurea in Filosofia Maria si diploma nel 2010 alla scuola di fotografia Cfp Bauer di Milano. Seguono una serie di esperienze che la portano all’estero prima in Russia, a S.Pietroburgo dove frequenta il workshop di Terra Project Photographers and Hasselblad, poi a New York, dove si trova attualmente per portare avanti alcuni progetti personali. Abbiamo fatto qualche domanda a Maria a proposito di Goodbye Dacia, progetto realizzato lo scorso anno a San Pietroburgo, in Russia, in occasione del Workshop “Photographers and Hasselblad”.

Il tuo progetto nasce da un viaggio, e si sviluppa, immagine dopo immagine seguendo un percorso: da San Pietroburgo al Mar Baltico. Per quale motivo hai scelto di esplorare proprio queste zone?

Sin da piccola attraverso favole e racconti sono stata sempre affascinata da questa terra, misteriosa e nostalgica. Quando lessi del workshop a San Pietroburgo ideato da Terra Project e Hasselblad, nel Luglio 2012 decisi subito di iscrivermi. Così nasce il progetto “Goodbye Dacia”. San Pietroburgo è terra di confine tra la cultura russa e la tradizione europea, negli ultimi anni è diventata un centro fervente delle nuove influenze artistico culturali. Il percorso tracciato in questo lavoro parte da San Pietroburgo e arriva fino al mar Baltico; è lungo questo cammino, nelle fitte pinete dove soffia il vento freddo dei mari del Nord, che si nascondono le Dacia.

All’interno del progetto unisci foto da te realizzate con delle immagini di archivio. Per quale motivo hai scelto di inserire delle vecchie immagini e come sei riuscita a procurartele?

Gli scatti “rubati” allo spazio privato e le foto d’archivio inserite nel lavoro raccontano una storia con le sue trasformazioni. La ricerca personale, le foto d’archivio e tutto quello che ricorda la memoria suscita in me curiosità ,mi affascina, mi spinge a trascorrere tempo infinito nei mercatini e negli archivi. La memoria in quei luoghi è qualcosa di fisico, palpabile, le ricerche attraverso archivi e librerie tracciano un percorso: le foto sono i punti di congiunzione di un fazzoletto di terra, quello da me indagato, inquadrato e catturato in immagine.

Mi ha colpito di questo progetto una specie di rispetto, di lontananza nei confronti dei tuoi soggetti. Una lontananza che a volte sconfina, supera la natura selvaggia e i cancelli chiusi ed entra nelle case, timidamente. La tua è stata una scelta voluta oppure questo distacco è stato anche in parte voluto dalla situazione che hai trovato in questi luoghi?

Il distacco viene dalla terra e dall’approccio al mezzo fotografico. Camminare in questa terra vuol dire perdersi in essa, nel bianco costante dato dalla luce, e pensavo: “Conosco anche le case. Quando cammino ho l’impressione che ogni casa mi corra incontro, mi guardi con tutte le sue finestre e mi dica: Buon giorno, come state? E anche io grazie a Dio, sto bene nel mese di Maggio mi aggiungeranno qualche piano.” (Da Le notti bianche – Dostoevskij)

Dalle tue fotografie le Dacia sembrano delle case abbandonate, immerse nella natura, dove la presenza dell’uomo si avverte soltanto dalle tracce che lascia. Sembrano aver perso lo splendore che invece si avverte nelle immagini di archivio. Qual’è il vero ruolo di queste abitazioni oggi in Russia?

La Dacia è una tipica costruzione russa lontana dai centri urbani, dove gli abitanti delle città, nei periodi estivi, si trasferiscono per trascorrervi le vacanze. Il ruolo e la funzione della Dacia muta insieme ai governi: da Pietro il Grande che le concedeva ai vassalli, al comunismo sovietico che le rese statali, fino all’attuale privatizzazione.

Il risultato di questa esperienza visiva è l’alternarsi di paesaggi naturali, in cui sono immerse le Dacia, e paesaggi artificiali costruiti intorno alle città. Quel che si prospetta è una nuova geografia creativa dei luoghi e una decrescente topografia umana.

Qualche curiosità su di te ora. Quando hai cominciato a fotografare e quando hai capito che avresti voluto continuare a farlo?

Da piccola Trascorrevo tutti i miei pomeriggi tra gli album di famiglia, ricordo che la mia mamma conservava foto sue di famiglia in una scatola di latta, dei biscotti, per me era una scatola magica, la aprivo e inventavo storie coi i personaggi, ammiravo sempre una foto di mia madre immersa in un giardino, costruivo storie immaginarie sulla sua infanzia e sulla sua giovinezza. Continuo a cercare scatole, e a usare la fotografia come medium

Qual è stato il tuo percorso come fotografa?

Ho iniziato a fotografare ai tempi del università, studiavo filosofia a Napoli, e tra i mille incontri, conobbi Sergio de Benedettis, un fotografo napoletano di una acuta intelligenza, mancato da pochi anni, con lui iniziai a conoscere la struttura della foto e la grammatica fotografica, dopo parti per Parigi per concludere la mia tesi in estetica e in quell’ anno mi scrissi alla Bauer, scuola di fotografia a Milano, che ha deostruito tutto il mio apparato scheletrico e ricostruito.

A quale progetto stai lavorando?

Mi son trasferita da alcuni mesi a New York, per una summer residence, e sto lavorando ad un nuovo progetto suoi giardini dell’ East Village, anche se è solo un weak menabo, qui nell’ East Village ci sono i giardini in comune, fazzoletti di terra dove alcuni membri coltivano e piantano fiori e la cosa strana che in una città dove la crescita è verso alto, qualcuno pianta in basso, sto iniziando a creare una mappa, ed è una ricerca di landscape e geografia interessante per una condizione sociale come New York.

Potete seguire il lavoro di Maria Vastola sul suo sito personale.

Pubblicato il: 3 giugno 2013
Tag: Goodbye DaciaLe foto di BarbaraMaria Vastola

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