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La celebre direttrice di Vogue Runway Nicole Phelps ha scritto recentemente all’interno di una recensione che riguardava la collaborazione tra J.J. Martin e Larusmiani la seguente frase: “Milan is famously insular; it also has a well-deserved, if evolving, reputation for not nurturing young labels and local talent.” All’interno dell’articolo la giornalista statunitense sostiene che J.J. Martin, ex fashion editor di Wallpaper e del Wall Street Journal diventata recentemente designer, rappresenti una delle poche nuove voci del panorama della asfittica moda milanese.

Ormai sono molti anni che la stampa internazionale sembra divertirsi a ripetere questo vecchio adagio che racconta Milano come una città priva di stimoli creativi e mancante di una vera nuova scena indipendente, mentre Londra e New York vengono percepite come supernove creatrici di mega talenti stellari destinati a rivoluzionare il mondo della moda.

Il sistema inglese e quello americano della moda, nazioni dalle quali provengono i mitici reviewers che si chiamano Sarah Mower, Vanessa Friedman, Tim Blanks o Suzy Menkes non ha mai in realtà dimostrato di saper produrre innovazione in senso stretto, sia perché non ha più un industria della moda da tempo sia perché storicamente ha raramente dato alla luce designer in grado di essere rilevanti sul lungo periodo, socialmente e economicamente. Evidentemente esistono delle eccezioni che sono, appunto, eccezioni.

Mentre in Italia le aziende della moda hanno generato nel 2015 un giro d’affari complessivo di 62,6 miliardi di Euro, pari al 4% del PIL italiano, in Inghilterra la moda vale 33 miliardi di Euro e negli Stati Uniti (purtroppo per Trump) la produzione nazionale ammonta a miseri 11 miliardi di dollari.

Altro fattore rilevante inoltre è che in Italia le aziende che hanno generato un maggiore giro di affari nel 2015 si chiamano Luxottica, Gucci, Prada, Armani, Moncler, Bottega Veneta o Ferragamo mentre in Inghilterra i marchi moda che producono valore si chiamano Next, Marks & Spencer, Top Shop e New Look, tutti appartenenti al segmento grande distribuzione, eccetto Burberry. Stesso dicasi per gli Stati Uniti nei quali i brand con i fatturati più alti si chiamano Nike, Ralph Lauren, Old Navy, Gap, Levi’s, Michael Kors, Coach o Tommy Hilfiger, tutti molto distanti dal mondo del lusso ma molto vicini al mass market.

Per converso il mercato interno americano vale da solo 250 miliardi di dollari e questo unico dato stabilisce come gli statunitensi, liberi dalla complessità di gestione di un’industria interna, si siano concentrati sul mercato e sull’editoria, settori entrambi che raramente in quel paese esprimono contenuti ma più facilmente assecondano o soddisfano le esigenze di catene di negozi o department store. Appare quindi chiaro che, per quanto non esista una cultura imprenditoriale e produttiva ma in realtà neanche progettuale legata al lusso né in Inghilterra, né negli Stati Uniti, l’unico fatto di avere due mercati di riferimento forti e di possedere un sistema editoriale potente li mette nelle condizioni di esercitare una ascoltatissima critica nei confronti di tutte le altre nazioni. Quello che per esempio non appare chiaro a molti è che la Cina entro il 2020 assorbirà il 34 % degli acquisti di lusso a livello globale e che forse bisognerebbe cominciare seriamente anche a guardare da quella parte.

Detto ciò veniamo all’annosa questione giovani designer italiani. L’Italia è un paese da molto tempo e da molte parti accusato di non produrre nuovi talenti, di non avere scuole di moda all’altezza di quelle internazionali, di non avere iniziative di seria selezione di nuovi brand e in generale di preferire il vecchio al nuovo. Posto che noi siamo senza alcun dubbio il paese del vecchio perché nella nostra bella penisola deteniamo un immenso patrimonio artistico e di conseguenza abbiamo un innato istinto verso la conservazione, forse Nicole Phelps e molta stampa anglosassone ha bisogno di un piccolo recap (che è per forza di cose non esaustivo).

Senza citare gli ovvi Gucci, Prada,Valentino, Marni o Jil Sander, esiste una categoria di designer italiani che non sono più emergenti e che hanno raggiunto una recente credibilità internazionale, che hanno alle loro spalle collaborazioni eccellenti e spesso successi di mercato. Tra questi ricordiamo Fausto Puglisi, Francesco Scognamiglio, Stella Jean, Marco Zanini, Lucio Vanotti, Gabriele Colangelo, Albino, Marco de Vincenzo.

Esiste poi un gruppo di stilisti che stanno rapidamente emergendo e ai quali deve essere riconosciuto il merito di avere identità precise e tratti riconoscibili. Alcuni nomi sono: Vivetta, Elena Ghisellini, Coliac by Martina Grasselli, Paula Cademartori, Comeforbreakfast, Marios, Giannico.

Infine esiste una nutritissima ultima leva di giovani promesse tra i quali citiamo: Edithmarcel, Twins Florence, Sunnei Sunnei, Vièn, Marco Rambaldi, Parden’s, Melampo.

Il problema dell’Italia non è per niente la mancanza di creatività ma il provincialismo, sono gli scontri di bassissimo livello su Instagram intorno alla parola gingillo, sono il pettegolezzo, l’invidia, la generale poco sincera critica di moda e l’eccessivo approccio commerciale dell’editoria. Sono il combattersi reciprocamente per avere più like, o cuori, o smile, le mostre che raramente vogliono dire qualcosa, le monografie sugli stilisti italiani che nessuno vuole pubblicare. Sono la lontananza, la pericolosa divisione interna, a volte il massacrarsi inutilmente a vicenda.

Tutto questo, che da fuori può sembrare folkloristico, in realtà impedisce una crescita organica del sistema o quanto meno non lo aiuta. Tutto questo ci rende per esempio dipendenti dalla stampa straniera cosa che a noi in fondo sembra piacere.

Quando le reviewers si siedono in prima fila sulle fredde panche delle sfilate di chiunque tutto improvvisamente sembra sparire, sembra non essere più importante. E quando il mattino dopo le critiche sono magari ingloriose gli universi crollano e le scatole degli anti depressivi si aprono. Ma superato questo momentaneo shock a tutti torna di nuovo la voglia di giocare alla roulette russa.

Pubblicato il: 2 marzo 2017
Tag: nicole phelps

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  • autore

    Andrea Batilla

    Andrea Batilla è creatore e direttore di VIX e CEO di Italiana Marchi, agenzia di comunicazione e brand storytelling.

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