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La narrazione che c’è in questo momento storico intorno alla nostra adorata capitale è ambivalente e estremamente polarizzata: chi pensa che la situazione politica, economica e sociale sia ormai arrivata al collasso, a un punto di non ritorno, e chi pensa che Virginia Raggi sia l’unica persona in grado di risollevare le sorti della città eterna. Buono o cattivo. Bianco o nero. E come al solito niente in mezzo.

Nell’immaginario popolare Roma, come Napoli, sembra coincidere con la spazzatura abbandonata nelle strade o con le tangenti che cadono come fiocchi di neve a Natale a Cortina. La città è chiusa tra un ciclo autodistruttivo e un disperato quanto sperabile tentativo di rinascita. In questo scenario da apocalissi gli estremismi narrativi fanno molto bene a certa stampa e le eccessive semplificazioni sono il principale strumento di scrittura degli sceneggiatori delle fiction di Canale 5. Roma è molto altro invece. Ma a pochi sembra importare.

Quest’anno Altaroma ha inaugurato una serie di talk che dovrebbero fare riflettere sul rapporto tra la città e la moda.Un rapporto, come dice Maria Luisa Frisa, nato ben prima della nascita del Made in Italy a Palazzo Pitti ma che con il tempo ha perso la sua radice identitaria legata all’alta moda senza apparentemente trovarne una nuova. In particolare il talk di apertura, guidato dalla sempre più iconica Clara Tosi Pamphili, ha riunito nella sala conferenze del Museo Maxxi Silvia Venturini Fendi, Pier Paolo Piccioli e Maria Luisa Frisa con assente giustificato Alessandro Michele.

Dal talk sono emerse le tracce di una nuova narrazione del rapporto tra Roma e la moda. La prima è che i tre marchi più importanti della moda italiana in questo momento, Fendi, Valentino e Gucci, sono romani. E questo è un incontrovertibile dato oggettivo.

La seconda è che Roma possiede una carica creativa intrinseca che si trasferisce alle persone in maniera osmotica e che ha a che vedere con la coesistenza estetica di ogni tipo di architettura, da quella greco-romana dei Fori Imperiali a quella contemporanea del Maxxi. L’esplosiva forza creativa che colpisce chiunque frequenti Roma in questo momento storico ha probabilmente molto più senso della grigia efficienza milanese, dell’inconsistente underground newyorkese, della vuota coolness di Londra.

Nonostante questo Altaroma non gode del dovuto apprezzamento tra gli addetti ai lavori sia perchè soffre di una cronica difficoltà a reperire i fondi per sopravvivere, sia perchè continua a fare molta fatica a mettere in luce ciò che di buono produce all’interno di un calendario che ha sicuramente bisogno di un pò di editing.

In realtà Altaroma anche quest’anno ha dato prova di saper selezionare progetti interessanti che non si capisce perché non siano ancor arrivati agli onori delle cronache milanesi e internazionali e che, pur mescolati a eventi di minore qualità, hanno le potenzialità per richiamare l’attenzione di stampa e compratori.

Eccoli in ordine di apparizione.

Greta Boldini, marchio di alta sartoria nato come un duo e ora rimasto nelle mani del torinese Alexander Flagella, sta imparando ad avventurarsi nelle acque accidentate della moda. Abbandonata l’eleganza perbenista da salotto romano ha presentato una collezione forse caotica ma che fa ben sperare sul futuro del marchio.

Direttamente dall’area accessori di Who’s On Next da tenere d’occhio ci sono le scarpe di Damico Milano, la bravissima Ioanna Solea e le sue borse e Pugnetti Parma, vincitore l’anno passato, che ha messo al centro della sua ricerca creativa la qualità e la ricerca di costruzioni e materiali che non siamo abituati a vedere in una collezione di accessori di un giovane.

Come sempre visionaria la composizione di A.I. Artisanal Intelligence curata da Alessio de Navasques e Clara Tosi Pamphili che continua un’ interessante ricerca sull’intersezione tra artigianato e espressione creativa. Quest’anno sull’allestimento incombevano i meravigliosi arazzi dell’Arazzeria di Penne, sconosciuta eccellenza italiana che ha da sempre unito il mondo dell’arazzeria con l’arte contemporanea e che è appena stata salvata dall’oblio da un pool di aziende. Su tutti i progetti partecipanti segnaliamo Ahirain, italianissimo marchio di sportswear genderless, Aurore Thibout e il suo percorso tra arte e moda, le borse neo costruttiviste del brand russo Formsstudio, la decostruzione materica del torinese Serienumerica e la genialità intellettuale del neonato Vièn.

La videoinstallazione di Jeff Bark , fotografo di moda americano che da sempre lavora sull’idea di pop per giornali come Dazed and Confused, sul tema della rappresentazione della haute couture.

Vera rivelazione di questa edizione di Alta Roma, Lulù e Anna Poletti, eredi di una dinastia di camiciai che hanno creato il marchio Melampo e che con questa collezione hanno raggiunto una vera maturità espressiva.

Anche l’Accademia di Costume e Moda di Roma, magistralmente diretta da Lupo Lanzara, continua a riservare sorprese e a crescere da un punto di vista creativo. In particolare dalla sfilata di fine anno accademico una giuria internazionale che comprendeva tra gli altri Fausto Puglisi, Andrea Incontri e Leonardo Pucci ha selezionato i lavori di Diana Aparo per l’abbigliamento e Alessio Rossi per gli accessori.

Marco Grisolia, probabilmente il più sottovalutato giovane designer italiano, ha presentato una collezione di tshirt fatte usando la tecnica del collage nel concept store della siriana Dana Keliani insieme all’artista Fausto Delle Chiaie.

Edithmarcel, aka Gianluca Ferracin e Andrea Masato, diplomati IUAV, continuano il loro interessante percorso nello streetwear di lusso con una forte accezione intellettuale.

Miahatami, il marchio di Narguess Hatami, giovane iraniana di Teheran che lavora senza paura sulla sua cultura di origine in una maniera intelligente e contemporanea è stato una rivelazione.

Parden’s, del pugliese Daniele Giorgio, continua la sua straordinaria ricerca sulla decorazione in un perfetto equilibrio di forme che ha sinceramente pochi uguali in questo momento in Italia.

E infine Arnoldo][Battois, di Silvano Arnoldo e Massimiliano Battois, un prèt à porter di lusso contemporaneo e maturo che nessuno ha ancora capito perché non sia in calendario anche a Milano.

In definitiva il modello di Altaroma, che si sta progressivamente avvicinando ad essere un festival come quello di Hyères, piuttosto che una fashion week, ha quasi solo lati positivi. Si trova nella più bella città del mondo e le location che vengono usate sono ogni volta sempre più sorprendenti, ha una dimensione umana che permette ai partecipanti di scambiarsi opinioni o semplicemente di conoscersi, è (strano a dirsi) bene organizzata e gli eventi sono distribuiti in maniera logica e infine, come abbiamo visto, ha una qualità dei progetti mediamente molto alta.

Stranamente (ma non troppo) Altaroma fa ancora molta difficoltà ad avere un riconoscimento istituzionale nonostante la sua presidente, Silvia Venturini Fendi, si spenda fisicamente e intellettualmente nel supportarla e abbia le idee chiarissime a riguardo.

Personalmente credo sia venuto il momento per Altaroma di rifondarsi, magari cambiando nome, sganciandosi definitivamente dalla pesante eredità dell’alta moda romana che non esiste più e comunicando quello che in realtà è già, un hub di ricerca creativa multiforme e contemporaneo, un festival della nuova moda italiana e internazionale in grado di portare nutrimento a un sistema moda italiano che ha disperatamente bisogno di nuovo.

Pubblicato il: 4 febbraio 2017
Tag: Altaroma

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  • autore

    Andrea Batilla

    Andrea Batilla è creatore e direttore di VIX e CEO di Italiana Marchi, agenzia di comunicazione e brand storytelling.

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