• Facebook
  • Twitter
  • Pinterest
  • Comments

Nell’articolo precedente a questo credo di aver chiarito il mio pensiero riguardo alla difficoltà (che quasi sempre è impossibilità) dei brand indipendenti di resistere all’onda d’urto dei processi che tengono in piedi il mercato della moda. Non esiste una ricetta unica per curare questo male dilagante ma sicuramente molte cose potrebbero essere fatte non lasciando che alcuni casi isolati, monadi fortunate, ci illudano che le cose stanno cambiando. Non stanno cambiando. Le guerre si combattono e si vincono con un esercito compatto, unito e ben addestrato e con dei condottieri coraggiosi che abbiano una forte capacità immaginativa.

L’esercito, nel nostro caso, è un sistema formato da giovani designer, piccole aziende produttrici, investitori, associazioni di categoria, distributori, scuole e politici con una mentalità fattiva. Roba che metterla insieme è difficilissimo per un sacco di motivi. Il primo è che siamo un paese che ama associarsi ma non ama condividere, il secondo è che nessun organismo ha una conoscenza esatta della miriade di realtà creative o produttive indipendenti e il terzo è che ognuno dei gruppi che compongono l’esercito parla una lingua diversa e magari odia gli altri. Anzi, sull’odio reciproco e sulla mancanza di ascolto e collaborazione ci si potrebbe scrivere un libro. Siamo il paese dei particolarismi e ci sentiamo incapaci di superarli se non costretti da un’entità superiore che quasi mai è Dio. Ergo, l’esercito esiste ma non è compatto per niente.

Detto ciò, vediamo di razionalizzare. La prima cosa da fare è riunire quanta più gente possibile in un posto, farla parlare, ascoltarla e poi offrirgli un bicchiere di vino per farla conoscere. A me viene in mente la Leopolda di renziana memoria ma dell’appartenenza politica non credo dovrebbe fregare niente a nessuno, di quell’esperienza è invece sicuramente interessante il metodo. Immaginiamoci un posto dove si possano sentire parlare delle persone ma dove ci si possa isolare per lavorare e poi ci si possa anche ubriacare. Un posto tipo il Franco Parenti a Milano, giusto per dare un’idea precisa. Se si fa d’estate poi ci sta anche un tuffo in piscina. Andrée Ruth Shammah se ci sei batti un colpo. Esiste peraltro un precedente di qualcosa di vagamente simile fatto da Stefano Boeri e organizzato dalla pervicace Elisabetta Berla in cui la meglio gioventù meneghina era stata chiamata a parlare di sé attraverso interventi di massimo 10 minuti. Era stato bellissimo. E ovviamente senza seguito.

Dovrebbero partecipare tutti gli attori coinvolti, su chiamata. Perché come sapete io non credo nella democrazia. Gli inutilmente questuanti e gli incazzati da sempre stanno a casa. Magari facciamo un live streaming così se proprio sentono la necessità di dare opinioni non richieste le possono scrivere durante una diretta instagram, che fa tanto millenials.

Farei parlare innanzitutto le associazioni di categoria, comprese le più misteriose, così ci spiegano cosa hanno fatto e cosa hanno intenzione di fare per risolvere il problema. A rapporto: Camera della Moda, Pitti, Alta Roma, Smi, Camera Buyer, Assomoda etc. etc.

Poi le scuole, tutte, anche quelle che stanno in paesi acquaticamente lontani o che si sentono troppo cool per partecipare a qualunque iniziativa che non sia la loro. Volete sparare su tutti gli altri? Questo è il luogo adatto. Dimenticatevi la diplomazia e mandatevi affanculo reciprocamente. Sarà estremamente liberatorio e subito dopo sarà possibile parlare di robe importanti tipo che fine fa la mandria di studenti diplomati, perché alcune sono riconosciute dal Miur e altre no, perché alcune stanno dentro la classifica di BOF e altre no. Le scuole sono la parte più importante di questo progetto. Molto hanno fatto in questi anni per conoscersi e capirsi ma molto resta da fare.

A seguire una bella selezione di giovani designer sfigati che sono magari pieni di talento ma proprio non ce la fanno a sopravvivere in questo mondo che non li vuole. Suggerirei un religioso silenzio di fronte a queste confessioni di sconfitte ma anche, se si trovano, fragorosi applausi per chi ce l’ha fatta.

Poi facciamo salire in cattedra quelli che ci mettono i soldi, cioè i produttori, e quelli che ce li potrebbero mettere, cioè gli investitori. Il primo che dice che ormai oggi i successi si costruiscono solo su Instagram viene lanciato dalla finestra o lapidato. Da loro vogliamo sapere che cosa gli manca per mettere più energie e più soldi su brand mai sentiti nominare, che difficoltà hanno, cosa c’è che non capiscono.

Vogliamo lasciare da parte i problemi dell’editoria indipendente, che teoricamente è quella sempre più interessata a parlare di gioventù? Certo che no. Facciamoci dire come fanno a sopravvivere e attraverso quali magiche interazioni con il mondo potrebbero, se non prosperare, vivere in uno stato di maggiore tranquillità.

Dulcis in fundo rimane la classe politica. Che dire? Questi non sono esistiti fino al mitico Calenda, anche lui di renziana memoria. Ovviamente, come tutte le cose buone, se ne sono perse le tracce. Di lui come del rapporto tra la classe politica italiana e la moda. Qui temo che ci voglia la Sciarelli. Qualcuno ha il suo cellulare?

Detto e ascoltato tutto ciò si tirano fuori una serie di concetti semplici che si trasformano in obiettivi attraverso dei tavoli di lavoro. Ci vuole metodo, passione, tempo e naturalmente soldi che in giro ci sono ma sono ben nascosti. C’è un ecosistema da ricostruire, un posto in cui la naturale propensione alla creatività viene aiutata a crescere e guidata invece che spinta alla radicalizzazione del fallimento che nel mondo della moda vuol dire finire a fare consulenze per Pinko. Alcuni temi su cui lavorare potrebbero essere la visibilità internazionale, la qualità delle azioni di promozione ma anche l’accesso al credito, la managerialità, la condivisione continua degli obiettivi. Ce ne sono molti altri ma ci andrei piano con le agende troppo fitte. Stabiliti i punti di arrivo ci vogliono delle serie promesse di copartecipazione e una generale scommessa da parte di tutti sul risultato positivo dell’iniziativa. Ognuno fa il suo ma tutti sono interconnessi. Magari qualcuno ha voglia di fare una app custom made che anche questa fa subito millenials.

Ma ecco la domanda delle domande: come si finanzia tutto ciò? La risposta è semplice. I grandi colpevoli dello sfinimento del panorama della moda italiana, mega brand e mega aziende che prosperano, aprono il portafoglio magari anche prendondo in affidamento singoli progetti che sentono affini al proprio DNA. Ma attenzione. Non basta concedere una super location in uso come ha fatto onorevolmente Giorgio Armani. Il modello deve essere quello di Comme Des Garcons: ti scegli un figlio putativo e lo fai crescere. Che equivale a dire che gli paghi le sfilate, lo distribuisci, magari entri (sempre e solo in maniera minoritaria) nel suo capitale e in generale gli dai visibilità. Uno scenario possibile è che entri in un negozio di Prada e ci trovi la collezione di Lucio Vanotti. Il modello vale per ogni tipo di iniziativa. Non puoi dare solo dei soldi. Devi partecipare.

Andiamo avanti. Poiché io penso che il futuro venga plasmato dal presente proviamo a immaginarci una copertina di Vogue Italia con Vièn fotografato da Damid Sims e indossato da Karen Elson o una di Vanity Fair con Jessica lange vestita Parden’s o Emma Stone vestita Marco Rambaldi. Due o tre problemini infatti li abbiamo anche con la stampa italiana che stentando a sopravvivere è sempre più dipendente dai soldi delle major del lusso. E questa è esattamente una soluzione per superare questo tipo di problemi, non per evitarli.

Ma tutto ciò non è possibile senza uno o più validi condottieri, dei capofila, forse anche un ristretto e illuminato gruppo di addetti ai lavori. Poiché non credo nella democrazia diretta direi di dare degli incarichi annuali facilmente non rinnovabili e di porre i risultati alla luce del sole. Si comincia con i soliti noti e poi si vede. Tutto fatto in maniera libera, senza nessun cappello, senza nessun patrocinio. Indipendenti, felici e contenti.

Pensate che tutto ciò sia utopistico e eccessivamente rivoluzionario? Lo è. Per questo credo che vada fatto.

Pubblicato il: 2 novembre 2017
Tag:

  • Facebook
  • Twitter
  • Pinterest
  • Comments
  • autore

    Andrea Batilla

    Andrea Batilla è creatore e direttore di VIX e CEO di Italiana Marchi, agenzia di comunicazione e brand storytelling.

  • Seguici, iscriviti alla newsletter

articoli consigliati