• Facebook
  • Twitter
  • Pinterest
  • Comments

Teresa Cos (Latisana, 1982) vive e lavora a Londra. Architetto di formazione, musicista per passione, la sua ricerca artistica si traduce in immagini, installazioni, performance. Nel 2011 vince il primo premio della Fondazione Bevilacqua la Masa, nel 2013 realizza un’installazione site-specific per lo showroom di Stella McCartney a Milano e nel 2014 è invitata da Rem Koolhaas alla 14. Mostra Internazionale di Architettura nella sezione Monditalia alle Corderie dell’Arsenale. Da aprile 2015 sarà research artist alla Van Eyck Academie di Maastricht.

Fisso con lei un appuntamento su skype di lunedì dopo pranzo. Arriva puntuale, si mette comoda e parliamo con disinvoltura per almeno un paio d’ore. Teresa gesticola molto, talvolta si alza in piedi, poi prende un libro e me lo mostra. Alle sue spalle ci sono alcuni fogli fissati con lo scotch all’armadio bianco. Cerco di leggerne il contenuto ma non ci riesco.

teresacos1ok_pizzadigitale

teresacos2_pizzadigitale

A Performance in Four Movements, 2015, still da footage di prova

Prima di lasciare Londra per trasferirti nove mesi alla Van Eyck di Maastricht hai un paio di cose in agenda: una collettiva alla MOSTYN Gallery in Galles e, soprattutto, la realizzazione di una performance sul London Bridge che progetti da parecchio tempo. Cominciamo da qui.
London Bridge è percorso tutte le mattine dalle otto alle nove da un fiume di migliaia di persone dirette al lavoro nella City. L’azione consiste nell’attraversarlo due volte in quattro movimenti e due pause: camminando in avanti con la folla, contro la folla, camminando all’indietro con la folla, contro la folla. Tutto è documentato in presa diretta attraverso una videocamera nascosta all’altezza del petto. Vorrei trasporre poi il lavoro in una partitura musicale e un’installazione con diversi punti proiezione, a grandezza naturale, immersiva per chi guarda. Immagina il primo video, quando a un tratto mi fermo e questo flusso di persone di spalle si allontana. È una visione molto bella e pressante allo stesso tempo.
La performance è un’azione di disturbo che mette in dubbio e confonde: sono io a giudicare o è la folla conformante con i suoi sguardi a giudicare me? Uno degli elementi della partitura sono gli accidenti, quello che non posso prevedere. Ho letto e riletto Éléments de rythmanalyse scritto nel 1992 da Henri Lefebvre. Parla del ritmo come metafora sociale e lo considera un elemento non studiato a sufficienza da scienziati, filosofi, artisti, musicisti. Il ritmo è qualcosa di molto complesso, ne esistono vari tipi. Basta pensare al corpo, ad esempio: il ritmo del respiro, del cuore, dello stomaco sono uno diverso dall’altro. Lefebvre si augura la nascita di una nuova disciplina e di una nuova figura, il rhythmanalyst, qualcuno capace di ascoltare il mondo come un’audience ascolta una sinfonia.

teresacos3ok_pizzadigitale

teresacos4_pizzadigitale

All Roads Lead to Rome. Yes, But Where Exactly?, 2014, veduta dell’installazione, Corderie dell’Arsenale

L’ultima volta in cui ci siamo visti mancavano pochi giorni all’inaugurazione della Mostra Internazionale di Architettura. Ricordo che eri trafelata. Puoi raccontarmi com’è stata questa esperienza?
È stata molto complessa. Ho ricevuto la telefonata e l’invito a partecipare alla Biennale di Architettura di Venezia nel momento in cui stavo attraversando una fase di ripensamento e trasformazione. Ero felicissima eppure captavo il loro interesse per il mio lavoro fotografico in un momento in cui sentivo una sorta di rifiuto per il mezzo. Avevo terminato da poco un workshop condotto da Tacita Dean alla Fundación Botín, che ha rappresentato per me un cambiamento importante. Come sai ho studiato architettura per sei anni, mi è sembrato quasi di ricevere una chiamata dal passato. Allo stesso tempo il tema generale della mostra si prestava perfettamente a realizzare ciò a cui stavo già lavorando, l’idea degli “infiniti” link (strade) che ci si aprono online come metafora delle possibili connessioni non lineari con cui possiamo riconfigurare la realtà (società). L’installazione richiede, consapevolmente, tempo e attenzione al visitatore. Ho pensato che io stessa, quando visito eventi carichi di contenuti come la Biennale, guardo a malapena alcune opere mentre di fronte ad altre mi trattengo a lungo. Bisogna inevitabilmente scegliere per poter approfondire. Mi torna in mente il video di Camille Henrot nel 2013, l’ho guardato almeno due volte dall’inizio alla fine.

For Benoît, 2013, fotografia stampata a inchiostro, 80×100 cm

teresacos6_pizzadigitale

In an Attempt to Measure a Coastline, 2013-2015, stampa a inchiostro su carta, strisce esposte di negativo medio formato bianco e nero, oggetto trovato, 125×125 cm

Parlami del workshop con Tacita Dean alla Fundación Botín. Intuisco che è stato un incontro decisivo per la tua ricerca e il tuo lavoro.
Sì, penso di aver messo in discussione e allo stesso tempo “risolto” in quelle due settimane qualcosa che ribolliva da anni. La journey che ho intrapreso lungo la costa di Santander si è tradotta, di fatto, in un manifesto programmatico che conteneva insieme tutti gli elementi: l’idea di una “esperienza performativa” della realtà come mezzo di conoscenza – penso al progetto di London Bridge, ma la stessa “online performance” della Biennale – e la sua espressione in termini di immagine (fissa o in movimento), mappatura (diagrammi e partiture) e musica (ritmo).

teresacos7_pizzadigitale

Ensō, 2012, veduta dell’installazione, nove collage digitali di diverse dimensioni, libro d’artista

Qual è stata la tua prima opera d’arte?
Ensō, l’installazione che ho presentato alla Fondazione Bevilacqua la Masa l’anno dopo aver vinto il premio. Per la prima volta mettevo in scena un’esperienza fortemente soggettiva – sette mesi in cui ho ossessivamente registrato con un iPhone tutti i voli, interamente, da Londra a Venezia andata e ritorno – per esprimere un concetto condiviso come quello del senso di appartenenza e la fotografia nella sua forma classica sentivo che non bastava. Le immagini sulle pareti sono collage digitali e sul tavolo si apre una fisarmonica, una collezione di cinque libri d’artista contenuti in una “scatola nera”. Ma l’elemento più importante – per me, considerando come si è poi evoluto il mio lavoro e sapendo di averlo prodotto in una notte chiedendomi continuamente se mostrarlo o meno – è il piccolo disegno diagrammatico, una sorta di istruzioni per l’uso sia per il visitatore che per me stessa.

teresacos9_pizzadigitale

HCP #1, 2013, fotografia stampata a inchiostro, 100×125 cm

Sei nata a Latisana, in Friuli. Vivi a Londra dal 2010 e a breve ti trasferirai per alcuni mesi a Maastricht. Vorrei capire in che misura ti senti legata all’Italia e alle tue origini.
Mi capita raramente di ragionare in termini di nazionalità, la mia mappa del mondo assomiglia a una costellazione fatta di persone più che di luoghi. Detto questo sono profondamente legata alla mia terra d’origine, così concreta, che ti insegna a vivere con i piedi saldi a terra ma dalla quale, al tempo stesso, senti l’esigenza di doverti sradicare per poter vedere cosa succede al di là.

Pubblicato il: 12 marzo 2015
Tag: Biennale di Architettura Venezia 2014Fondazione Bevilacqua La MasaStella McCartneyTeresa Cos

  • Facebook
  • Twitter
  • Pinterest
  • Comments
  • Seguici, iscriviti alla newsletter

articoli consigliati

 

I più letti di questo mese