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Abbiamo intervistato Teresa Cos e approfondito con lei uno dei suoi ultimi progetti: Either/Or. Teresa Cosa nasce a Latisana, Udine nel 1982. Vive e lavora a Londra, UK.

Quando hai cominciato a fotografare?

L’estate della maturità, con una macchina fotografica rubata a mio fratello. Suonavo in un gruppo al tempo e ho documentato il nostro primo (e ultimo!) tour, in furgone da Gemona del Friuli a Palermo e ritorno. Ricordo ancora come mi prendevano in giro mentre scaricavo mezzo rullino fotografando meticolosamente i sassolini della spiaggia di Mondello, in effetti erano non dei capolavori di fotografie. Devo dire che mi è rimasta una certa ossessione per i dettagli.

Qual è stato il tuo percorso come fotografa fino ad oggi?

Un percorso di progressiva liberazione dalla fotografia stessa, in un certo senso. Mentre studiavo architettura ho attraversato una lunga fase cavalletto-bolla-decentrabile, ero ossessionata dall’approccio oggettivista della “scuola di Dusseldorf”, da cui ho appreso il rigore e l’attenzione meticolosa per ciò che decidi di includere ed escludere dall’inquadratura. Progressivamente però ho iniziato a riprendere in mano la macchina fotografica e a rompere certi schematismi, certe regole a volte autoimposte e sento che in qualche modo questo è tuttora il mio modo di procedere: darmi delle regole per poi superarle. A Londra ho frequentato un master in fotografia documentaria ed è stata un la svolta, nel senso che da un lato la città mi spingeva a liberarmi da ogni tipo di preconcetto e a esprimermi creativamente a 360 gradi, dall’altro la scuola cercava già di incasellarmi in un sistema-mondo-della-fotografia spesso autoreferenziale, dove faticavo a capire quale dovesse essere il mio il posto. Ho smesso di chiedermi dove appartengo, oggi la fotografia rimane il mio mezzo di espressione preferito, ma non il solo, per cui spesso mi ritrovo a vivere una doppia vita, tanto è difficile trovare un modo per non dover di volta in volta adattare il copione in un mondo dove “arte” e “fotografia” si snobbano a vicenda; è incredibile come con alcuni tu ti debba presentare come fotografa e con altri come artista, per non “offendere” nessuno. Forse abbiamo bisogno di neologismi.

Hai collaborato poco tempo fa con Stella McCartney, puoi raccontarci com’è andata questa esperienza?

È stata un’esperienza per molti aspetti educativa, perché mi ha fatto riflettere su come un lavoro venga assimilato a seconda del contesto in cui è riprodotto, come se il contesto stesso ti suggerisse cosa devi pensare di una certa opera. Immagini che pensavo emotivamente forti e che per me rappresentano metafore della decadenza che la nostra società sta attraversando – penso al dettaglio di Sant’Ambrogio che mostra un Cristo morto o il particolare del Bellini che si trova alla Pinacoteca di Brera, che mostra al centro un gruppo di donne velate inginocchiate – diventano “cool” nel contesto della moda. Ma se le stesse fotografie fossero state stampate sulle pareti di un museo, i visitatori le avrebbero percepite in modo diverso? Forse no, forse chi ha orecchie per intendere intende sempre, in ogni caso penso sia una riflessione interessante. Tutto il lavoro gioca fondamentalmente su questo concetto. In generale confrontare il tuo lavoro con contesti non canonici penso sia sempre un’opportunità per testare il lavoro stesso e accogliere suggestioni che provengono da altri mondi.

Parliamo del tuo progetto Either/Or. Com’è nato?

Either/Or è nato, nel senso che se ne è proprio uscito dalla stomaco. Fra i miei lavori è sicuramente il più istintivo, emotivo, per questo forse anche un po’ immaturo. Il titolo non a caso riprende l’opera di Kierkegaard che indaga il passaggio da una fase estetica della vita, dominata dalla passione, ad un’etica dominata invece dalla responsabilità. Mentre scattavo le immagini di Either/Or ero in una fase particolarmente critica, in cui mi sentivo completamente persa e in cui non riconoscevo più nulla dentro e fuori, o meglio lo riconoscevo talmente bene che era come se lo vedessi per la prima volta e non mi piaceva quello che vedevo. In questo senso ogni immagine della serie è una metafora di questo stato d’animo e la luce del flash va ad illuminare di volta in volta frammenti di reale, che risultano amplificati da questa nuova percezione.

Si avverte una certa tensione nelle immagini che hai realizzato, quasi come se stesse sempre per succedere qualcosa e il tuo scatto cristallizzi il secondo prima. Quando senti che è il momento giusto per “fare una fotografia”? Il tuo rapporto con la macchina fotografica è un rapporto istintivo?

È nella natura stessa della fotografia mostrare una porzione di spazio e di tempo che automaticamente escludono ciò che viene immediatamente prima e dopo. Fare una fotografia è compiere una scelta rispetto a questo, posizionarsi. Tutti i momenti sono potenzialmente giusti e sbagliati! Dipende da cosa vuoi dire. Non ho generalmente un rapporto morboso con la macchina fotografica, fotografo solitamente quando ho già in testa un’idea di cosa voglio fotografare. Mentre lavoravo a Either/Or è vero però che ce l’avevo sempre addosso, in modo quasi viscerale, ma decidere di portarla con me tutti i giorni è stata una scelta ben precisa anche in quel caso. Avevo bisogno di fissare costantemente la realtà che mi circondava per non sentirmi completamente avulsa da essa e per questo necessitavo di qualcosa che fosse un prolungamento del mio cervello e dei miei occhi.

Trovo che la tua presenza si faccia sentire in modo importante all’interno di queste immagini. Lo notiamo dai tagli e dalle inquadrature che ci immergono nella scena. L’uso del flash tuttavia ci mostra dall’altra parte dell’obiettivo un soggetto ritratto egualmente presente. Chi guarda e chi è guardato? Quanto ti senti protagonista delle tue immagini?

Either/Or è un’esplosione di egocentrismo, nonostante le immagini possano sembrare fredde e distaccate. Sono io che guardo me stessa, mentre cerco di uscire da un cortocircuito, in cui non posso fare a meno di vedere elementi, colori e geometrie che si ripetono. Molte di queste fotografie sono memorie del passato, altre espressione della fatica di chi cerca di ritrovare entusiasmo all’interno di un sistema in declino. Le inquadrature di cui parli sono tutt’altro che spontanee, sono macchinose, come se ogni volta cercassi di ripetere un pattern, reiterare composizioni spaziali, nel tentativo di forgiare un linguaggio.

Gli elementi naturali sono presenti in quasi tutte le immagini sia sotto forma di vere piante ma anche di decorazioni, disegni. Questo elemento è volutamente ricorrente? Se sì, per quale motivo?

È vero, è una cosa molto ricorrente, non so se volutamente però, nel senso che mi rendo conto che è una vera e propria ossessione, che mi porta quasi ad un livello inconscio ad essere attratta da certi elementi naturali. Le piante finte in verità mi hanno sempre fatto una certa tenerezza, perché hanno questo compito impietoso di cercare di dare un tono a luoghi non particolarmente felici, come le sale d’attesa degli ospedali o dei palazzi per uffici, con il risultato che li rendono ancora più tristi! A volte però è anche un gioco di ribaltamento della realtà, la finzione prodotta dal flash può dare vita ad una pianta finta e invece uccidere una vera. Sicuramente comunque ciò che mi attrae è l’estrema bellezza degli elementi naturali, riconoscere la loro perfetta geometria basata sul numero, su cui si fonda la riproduzione stessa della realtà.

Quali sono i tuoi fotografi di riferimento?

Gran parte della scuola americana degli anni Settanta, Eggleston, Friedlander, Shore, anche se per Either/Or molta ispirazione l’ho tratta dal cinema, Lynch, Greenaway, tant’è che il modo in cui l’ho esposto richiama l’idea di un esperienza filmica che si svolge all’interno di una stessa notte. Fra i contemporanei che seguo e che sono un esempio di “in-betweeners”, per l’atteggiamento che hanno rispetto alla fotografia e ai diversi contesti in cui esporla, sicuramente Zoe Leonard, Roe Ethridge, Christian Patterson, le manipolazioni di Taiyo Onorato and Nico Krebs.

Progetti futuri?A cosa stai lavorando in questo momento?

Sto ultimando un lavoro commissionato dagli Historic Royal Palaces a Londra, che diventerà un libro e una mostra; ho iniziato a lavorare all’editing, un anno intero di documentazione fotografica moltiplicata per cinque palazzi! Nel frattempo cerco i finanziamenti per realizzare un progetto che ho da tempo nel cassetto e lo spazio per organizzare le idee e gli appunti che si sono accumulati nell’ultimo anno e da cui nascerà un nuovo lavoro, che prevede sicuramente oltre alla fotografia l’uso di video e diagrammi.

Potete seguire il lavoro di Teresa Cos su: teresacos.com

Pubblicato il: 1 luglio 2013
Tag: Either/OrLe foto di BarbaraTeresa Cos

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