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Nel nostro paese lo sport preferito di praticamente chiunque è la critica. Argomentata, sciocca, intelligente, qualunquista, populista o ironica ma sempre e comunque solo critica. Siamo una nazione piena di Selvagge Lucarelli e di Marco Travaglio, di Milene Gabanelli e di Vittorio Sgarbi. A volte le critiche sono costruttive ma quasi sempre sono solo distruttive.

Nel tempo ci siamo abituati ad avere di noi una percezione in negativo, attraverso ciò che non funziona, ciò che andrebbe cambiato. Invece che maturare una capacità di visione e quindi di cambiamento, diventiamo ogni giorno sempre più inconsolabilmente stanchi e arriviamo (non tutti per fortuna) a rifiutare il cambiamento perché impossibile a priori.

Nella moda succede la stessa cosa, anche se nessuno lo dice pubblicamente.

Lo scenario è da tutti contro tutti. I marchi contro la Camera della Moda, i giornalisti contro i marchi, gli intellettuali contro gli influencer, i vecchi contro gli emergenti, gli emergenti contro i vecchi, Roma contro Milano contro Firenze, i gruppi editoriali contro sé stessi, la moda in genere contro il design, il cinema e la musica. La moda è vittima dello stesso virus del “tanto peggio” di cui è vittima l’Italia e questo succede perché, anche se gli orizzonti commerciali sono profondamente internazionali, la capacità di visione sistemica è ristretta a un angoletto buio e impolverato.

Tutte cose che chi lavora nella moda conosce bene e che sono la causa del persistente provincialismo che aleggia da queste parti. Ma poiché, in questi casi, sono le azioni che parlano, ci sono fulgidi casi che dimostrano che il contrario è non solo possibile ma a portata di mano, a patto che ci siano dei capitani coraggiosi illuminati che trainino la nave stanca verso nuovi porti.

Tutti sappiamo che quella landa desolata che si chiama Firenze non solo ha la più importante manifestazione di moda maschile del mondo ma se la batte anche per bimbo, filati, food e fragranze. Pitti per rincarare la dose ha anche praticamente appena creato l’unico vero museo italiano della moda. La terra che ha dato vita a Matteo Renzi pare essere genticamente più predisposta non solo al cambiamento ma anche a recepire un’idea di sistema che ci appartiene poco.

Sul fronte Milano, dove tutto sembra più difficile, più complicato e dove le battaglie si fanno all’arma bianca sulle pagine di Business of Fashion, la nuova gestione Carlo Capasa ha segnato dei fortissimi segni di disocntinuità con il passato e si sta muovendo, in mezzo a un fuoco incrociato di cecchini, verso una razionalizzazione delle volontà e necessità di brand più o meno intelligenti.

A Roma Silvia Venturini Fendi porta avanti quasi in solitaria una strenua battaglia contro tutti quelli che misteriosamente vorrebbero che Alta Roma finisse domani, dimenticandosi per esempio che Who’s On Next è l’unica piattaforma di selezione di nuovi talenti che esiste in Italia e che Milano non è stata capace di supportarla.

Infine, sempre per ribadire che chi urla alla fine della moda italiana ha probabilmente solo bisogno di un po’ di vacanza, ecco un’allegra ciurma di designer emergenti che a volte penso di vedere solo io visto l’altissimo grado di lamentazioni in questo senso:

Miao Ran, cinese naturalizzato italiano, ha una visione giocosa ma straordinariamente intellettuale del prodotto.

Vìen, aka Vincenzo Palazzo, è la dimostrazione che di giovani che pensano fuori del coro con una visione internazionale ne esistono anche da queste parti.

Malibu 1992, aka Dorian Gray, ha riportanto un’idea di clubbing underground che mancava dalle scene milanesi da troppo tempo.

Marcelo Burlon è ormai una realtà internazionale che non da più abito a dubbi. Ex dee jay? Sì. Genio della coolness commerciale? Pure.

Sunnei aka Loris Messina e Simone Rizzo si sono costruiti in tempo zero uno stuolo di follower e una credibilità internazionale attraverso un’identità precisissima.

Comeforbreakfast aka Antonio Romano e Francesco Alagna diventano ogni stagione più bravi anche se stranamente continuano a rimanere lontano dai riflettori.

Parden’s aka Daniele Giorgio è semplicemente incredibilmente bravo.

Vivetta continua la sua marcia implacabile verso uno stratosferico successo commerciale.

Marios è uno dei veri geni incompresi di questa Milano da bere. Se qualcuno si decidesse a prenderlo sotto la sua la protettiva farebbe un gran bene al mondo.

Erika Cavallini se avete proprio bisogno di qualcosa di decisamente commerciale ma allo stesso tempo super cool è il brand che fa per voi.

Ricapitoliamo: non è vero che siamo sfigati, non è vero che nessuno fa niente, non è vero che è troppo tardi o troppo presto.

Il momento per fare qualcosa è esattamente questo. Smettete di parlare e fatelo.

Pubblicato il: 3 luglio 2017
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    Andrea Batilla

    Andrea Batilla è creatore e direttore di VIX e CEO di Italiana Marchi, agenzia di comunicazione e brand storytelling.

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